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La città perduta
Agostino Petrillo e' tornato venerdi' 30 mqrzo 2001nella sede di Alfabeti
per la presentazione del volume La città
Perduta di cui è l'autore.
Padovano: Nel corso della presentazione
di libri su temi che si situano all'interno delle dinamiche della globalizzazione
economica e della sociologia urbana, ho deciso di inserire il libro di
Agostino Petrillo, perché ho pensato in questa prima fase si potesse
parlare di globalizzazione facendo attenzione a tutta una serie di segni
che riguardavano la città, le questioni inerenti il lessico, le
questioni legate ai servizi di controllo e il libro di Agostino Petrillo
ci fa una rapida rassegna in questo senso. Non c'e' una ricca sociologia,
non c'e' un ricco panorama di autori che si occupano della sociologia
urbana. In Italia c'e' una scuola bolognese che si presta anche per quanto
riguarda la sociologia urbana per i contributi che ci da', ma la formazione
estremamente poliedrica di Agostino, che ha una formazione piu' legata
alla parte della sociologia della pianificazione sociale, di studi di
architettura, mi sembrava fosse centrale perche' riesce a inserire le
questioni della citta' in un panorama piu' ampio. Il libro peraltro contiene
una prefazione di Alessandro Dal Lago, che forse avremo occasione di ascoltare
come relatore.
Vorrei partire dal titolo: perche' La città perduta?, cioe'
si parla della metamorfosi delle citta' non solo europee, c'e' un lungo
excursus all'interno del libro che riguarda non soltanto le grandi citta',
le citta' globali studiate tra gli altri da Saxen Sannet: e' una studiosa
americana, in realta' olandese, moglie di Richard Sennet, che si occupa
di pianificazione sociale e di processi di trasformazione della societa',
e ha scritto delle ottime cose rispetto alle citta' globali, spunti interessanti
su citta' quali Londra, Tokyo, New York (Le città
globali, Il Mulino, 1997).
Perche' dunque La citta' perduta, cioe'
da dove proveniamo e dove stiamo andando rispetto a queste trasformazioni
di fine secolo? Mi pare che lanci proprio una grande provocazione, e'
come se questo '900 non riuscisse a chiudere i conti con se stesso e con
la storia, cosa vuoi dire?
Petrillo: Prima di tutto permettimi di ringraziare
te e tutta l'Associazione Alfabeti perche' ci tengo a dirlo prima di iniziare:
questa e' la prima presentazione ufficiale del libro, l'ho presentato
fuori, ma insomma curiosamente a Genova no, e questo e' il primo momento.
Perche' La città perduta? Diciamo
che il titolo l'ho messo alla fine del libro e con un sacco di perplessita'
perche' cercavo un titolo che riassumesse in modo forte quello che volevo,
ho combattutto e alla fine ho scelto questo, nonostante potesse essere
il piu' retorico: prima che il libro uscisse in stampa, ho visto che e'
il titolo di due numeri di Dylan Dog, di romanzi di fantascienza, insomma
ce ne sono parecchie di citta' perdute. L'idea che comunque volevo sottolineare
nel titolo e' che si ha l'impressione che si stia interrompendo o perdendo
una tradizione urbana, una maniera di vivere la citta' che e' stata caratteristica
della citta' europea: non che la citta' europea abbia rappresentato un
modello perfetto di convivenza tra le persone, ma attraverso la storia
delle citta' nel nostro continente è possibile leggere un'idea
di libertà che si lega alla città, ai centri urbani, è
un'idea antica perche' voi sapete che a partire dal medioevo l'area della
citta' rendeva le persone libere, anche se poi s'e' scoperto che questo
aggettivo non e' molto medievale: le persone scappavano dalle situazioni
di legami con la terra che era classico del modo di vivere feudale, la
citta' era il luogo dove si realizzavano queste liberazioni, faticosamente,
tramite contatti; e un po' e' stato cosi' anche nell'800 quando - con
la grande urbanizzazione in Europa - ci sono stati dei movimenti migratori
molto importanti che hanno portato all'inurbamento di masse di contadini
che vedevano proprio nella nostra citta' un luogo di produzione sociale,
di emancipazione. Questa idea si e' conservata a lungo: c'e' stata proprio
l'idea per tutto l'800 e per buona parte del '900 che con difficolta',
complicazioni, contrasti, la citta' tutto sommato era un posto dove era
bello vivere, si sono probabilmente prodotte delle leggende anche proprio
a partire da questo tipo di aspirazioni, di desideri , di sogni che chi
arrivava in citta', provenendo da realta' comunque di contado, andava
sviluppando. E' certo che le citta' dell'800, lo dice proprio Sennet,
l'autrice di cui parlava prima Stefano, erano citta' straniere, cioe'
erano citta' di persone che in buona parte erano andate a vivere in citta'
partendo da una situazione di provincia, di campagna: da questo punto
di vista nascevano delle vere e proprie leggende attorno a questa epos
di liberazione personale e dall'altra attorno alla mancanza di controllo
che viene invece esercitato nei piccoli centri: l'incontro, l'avventura,
l'opportunita'; che non e' solo quella dell'opportunita' d'incrociare
flussi di denaro, che altrove non si sarebbero intercettati, ma anche
l'opportunità dell'incontro personale con qualcuno che e' diverso
da te, che viene da altri luoghi, altri mondi . Oggi abbiamo una crisi
di questo tipo di tradizione urbana, che se vogliamo e' durato sino agli
anni '70. Qualcuno si ricordera' ancora che negli anni '70 c'è
stato un po' un riaccendersi di questa piccola utopia del vivere in citta'
come dimensione dell'incontro, dell'opportunita', della socialita', come
una socialita' ampia e allargata che trovava sbocchi: non parlo soltanto
dei mondi della politica, ma appaiono anche altri mondi che possono essere
quello della socialita' del bar, o della piazza. Ricordo ancora Piazza
Maggiore a Bologna verso la fine degli anni '70, o anche a Genova le socialita'
notturne che rappresentava Piazza De Ferrari, per cui pareva in quell'epoca
che tutto sommato la citta' rispondesse ancora, rilanciasse ancora questa
promessa di felicita' e di emancipazione che la attraversava, pur con
tutti i contrasti. Sappiamo ad esempio che la citta' ottocentesca e' una
citta' dove le leggi dal punto di vista sociale sono carenti, ci sono
i quartieri dei ricchi, quelli dei poveri, che sono spesso completamente
privi di servizi. Tutte le letterature delle grandi città europee
di quegli anni ne parlano, il popolo dell'abisso oppure, arrivando ai
grandi romanzieri, pensiamo a Zola su Parigi; c'e' anche una bellissima
diaristica dell'800.
Tutto questo per dire che quello che poi negli ultimi vent'anni sembra
venuto meno e' proprio questo tipo di opportunita' di vita sociale, sembra
quasi che le citta' in Europa tentino di rinnegare questa tradizione,
nel senso che oggi ci sono aspetti di sempre maggiore chiusura, sempre
maggiore difficolta' a ritrovare dei momenti di socialita' e di incontro,
ma anche di scontro tipici di questo tipo di citta' tra fine '800 e buona
parte del'900, quando e' teatro della politica, dei movimenti politici,
delle dimostrazioni, degli scontri, delle insurrezioni urbane; le partite
che riguardano i rapporti di potere vengono combattute nel teatro della
citta', nella scena della citta' dove si scontrano i poteri. Oggi sembrerebbe
quasi che si chiuda con questo tipo di unione, oggi ci troviamo di fronte
a una sempre maggiore separatezza nel senso che i diversi gruppi che vivono
e abitano la citta' vivono sempre piu' separati. In Europa questo forse
non si percepisce ancora in tutta la sua forza, ma nel libro c'e' una
parte sugli Stati Uniti, perche' negli Stati Uniti questa dimensione di
separatezza tra i vari gruppi e i vari ceti sociali e' diventata addirittura
clamorosa con una serie di fenomeni a cui l'Europa e' arrivata decisamente
dopo, ma che fanno riflettere. D'altra parte anche in Europa comunque
non si scherza se si pensa ad esempio alla chiusura rispetto agli immigrati,
all'immmigrazione, all'isolamento che vivono molte periferie. Un capitolo
del libro parla proprio espressamente di questa crisi dello spazio pubblico,
della dimensione pubblica della citta'; non c'e' piu' uno spazio pubblico,
almeno per molte persone che abitano la citta', gli spazi pubblici si
restringono e vengono sempre piu' limitati o fatti confluire in spazi
pubblici a pagamento e attraverso dei vincoli, di non immediata apertura;
oppure in certi quartieri periferici delle grandi citta' europee si vivono
proprio delle dimensioni di segregazione permanente; si pensi alla progressiva
ghettizzazione di certe zone di Berlino o alla situazione della banlieu
parigina: nonostante gli interventi da parte del governo francese, che
ha stanziato denaro per migliorare la situazione di queste periferie,
comunque lotte scontri, contrasti violenti sono all'ordine del giorno;
questo evidentemente dipende da una situazione di mancanza di spazi adeguati
per l'incontro, per la socialita', e di chiusura progressiva di certe
dinamiche e di comunicazione, incontro e di dialogo, anche se quest'ultima
e' una parola ambigua.
Esistono invece dei frammenti di questa citta' che non c'è più
in alcune città sudamericane: ricordo l'impressione che ho avuto
a Buenos Aires nel '91, quando mi sono reso conto che esisteva la sopravvivenza
di una dimensione europea del caffe', del caffe' letterario, del caffe'
dove uno va a leggere se ha voglia di leggere, dove uno va a scrivere
se ha voglia di scrivere, con un unico cappuccino davanti al suo tavolo
e magari nella sala del retro ci sono i poeti che leggono le poesie e
le persone che s'incontrano e parlano di filosofia, d'arte, di tutto quello
che era la vecchia tradizione europea; l'ho trovata li' curiosamente ancora
intatta e non so se oggi sia piu' cosi', puo' darsi che io abbia visto
gli ultimi scarti, gli ultimi frammenti, pero' diciamo che questi aspetti
che possono essere anche marginali, ludici, d'intrattenimento, in un'ottica
un po' piu' rigida hanno poi il loro rovescio in una separazione crescente
anche nella distribuzione dei poteri. Per esempio anche in Europa stanno
nascendo quartieri socialmente sempre piu' omogenei, un tempo non era
cosi' e questo perche' era gestita - finche' e' funzionato il Welfare
State in Europa - una redristribuzione del reddito, un profitto del patrimonio
pubblico e dell'edilizia popolare, proprio per evitare dove possibile
un'eccessiva divisione per aree sociali omogenee. Genova non fa testo
perche' ha proprio una storia di citta' divisa; c'e' uno studio degli
anni'60 di Luciano Cavalli intitolato La citta divisa
in cui e' analizzata la divisione tra quartiere operaio e quartiere borghese:
un esempio unico forse in Europa di citta' cosi' rigidamente divisa in
quartieri
Padovano: Sembra che la fine della citta'
coincida in qualche modo con la fine del Welfare State, un aspetto decisivo
per chi gira sovente per l'Europa per rendersi conto in quali dimensioni
questi cambiamenti si sono verificati durante gli ultimi vent'anni sostanzialmente,
dagli anni '80: a Torino ad esempio ha fatto si' che alcuni quartieri
si ridefinissero nelle loro dimensioni, nelle loro strutture abitative,
ma anche nelle loro fabbriche dismesse e messe in ristrutturazione; esse
sono state assorbite con fondi pubblici e poi sono state in qualche modo
usate, strumentalmente se vogliamo usare questo termine, dallo Stato per
fini privati. Proprio nella recente conferenza di Baumann a Genova dal
titolo molto chiaro, Modernita' liquida,
si parlava di questa sorta di disincanto, di eccessivo allontanamento
dalla sfera pubblica del cittadino, e tornava sul discorso dell'agora'
come metafora, come recupero di spazi sociali e di socialita'. Allora
ti faccio questa domanda sulla realta' europea ma anche su alcune citta'
italiane rispetto allo scollamento dei cittadini rispetto agli spazi con
una delegittimazione. Sono tornati in voga per esempio negli Stati Uniti
termini come underclass (ne parla anche la Sassen), i nuovi poveri; quindi
una sorta di ridefinizione urbana molto netta. Questo e' evidente anche
nella Genova degli ultimi anni, soprattutto per quel che riguarda il centro
storico: ci sono vicoli che sono stati totalmente chiusi, in qualche modo
privatizzati sono stati assorbiti dalla proprieta' privata, e c'e' in
questo momento un decisivo processo di ridefinizione di alcune aree nella
nostra citta'.
Petrillo: Si', nel centro storico si giocano
diverse partite contemporaneamente. Da una parte c'e' una tendenza a quella
che i tecnici di queste cose chiamano gentryfication che significa che
alcuni settori interni ai centri storici vengono occupati da una popolazione
nuova, i vecchi abitanti in una maniera o nell'altra se ne vanno e i nuovi
arrivati sono persone che appartengono all'e'lite dei lavori nuovi, dei
quattrini, delle nuove professioni, per cui vanno di pari passo il risanamento
della parte antica della citta' e il concentrarsi di queste nuove e'lite
nel centro con una progressiva esclusione dei vecchi abitanti. A Genova
la cosa funziona si' e no, perche' ci sono stati in passato diversi tentativi
di gentryfication a macchia di leopardo che poi hanno conosciuto anche
delle controtendenze, da una parte perche' a Genova nel centro storico
e' concentrato il redditizio secondo mercato particolare degli affitti
degli immigrati per cui c'e' il 30% in piu', per cui ci sono diversi progetti
per gli immigrati nel centro storico; si sovrappongono senza che uno dei
progetti risulti definitivamente vincente, questo vuol dire che se si
registrano delle gentryfication da una parte, dall'altra esistono anche
tendenze di stato degradato. E' un periodo questo in cui piu' ipotesi
di possibili futuri per il centro storico si misurano tra loro e nessuno
sembra avere una particolare speranza, pero' quello che tu dicevi sulla
crescente tendenza del futuro alla privatizzazione, all'usura, alla privazione
di spazi pubblici e' un fenomeno addirittura clamoroso negli Stati Uniti
dove si sviluppa questa realta' di citta' murate, citta' cancellate, sbarrate
e sono di solito i quartieri dei ricchi. A Beverly Hill, se uno va a vedere
le ville dei ricchi, non puo' vedere niente perche' e' tutto filo spinato
e la collina e' tutto una serie di antenne di guardiani armati, c'e' una
strada, c'e' un pulmino che percorre la strada principale della collina.
Sono fenomeni che un tempo erano tipici delle citta' terzomondiali. Esistono
sia questi quartieri semicintati all'interno delle citta', ma poi esiste
anche un gruppo completamente nuovo che in America dagli ultimi 5 o 6
anni sta avendo un grande successo: citta' nuove per ricchi. Come nascono
queste citta' nuove? In genere uno dei modi in cui possono nascere e'
uno sviluppo del club del golf: gli amici che hanno creato il club del
golf iniziano a pensare che tutto sommato potrebbero rimanere nel posto
dove stanno solo 2 giorni alla settimana, piano piano iniziano a costruire
qualche casetta in piu', poi con le nuove tecnologie, i nuovi telelavori
c'e' sempre meno bisogno di presenza nei posti di lavoro, cosi' le persone
si trasferiscono fuori, in questi posti molto belli, molto ben attrezzati
con piscina. Hanno la loro denominazione privata con aspetti curiosi dal
punto di vista legale nel senso che ogni citta' privata ha una serie di
regole che a volte sono anche in contrasto con la legge federale, ma questo
perche' negli Stati Uniti c'e' una sorta di estensione del regolamento
condominiale, per cui se uno e' proprietario non solo di un condominio,
ma di cinque, uno attaccato all'altro, puo' estendere questo regolamento
condominiale a tutti gli edifici in suo possesso. Queste citta' private
sono spesso create da corporation che poi fanno dei contratti che sono
imprescindibili, ma ufficialmente la proprieta' e' della corporation e
il regolamento della citta' e' libero: ci sono citta' dove ad esempio
non puo' essere ammesso nessuno che abbia meno di 45 anni, ci sono citta'
da cui si puo' essere espulsi se si viene scoperti ad amoreggiare in macchina.
Di fondo c'e' proprio un'ideologia del quieto vivere, del perbenismo spinto
fino all'ennesima potenza, ma la cosa curiosa e' che si sono lanciate
in questo grandissimo business di citta' private anche compagnie come
la Disney Corporation che ha creato una sua citta' modello, Celebration.
Celebration e' una citta' costruita sul modello della citta' dei pionieri
di inizio '900. La cosa interessante e' che in queste citta' vivono 30
milioni di americani, non 2000 persone. C'e' contemporaneamente la fuga
delle grandi citta' che vengono lasciate a quelli che non hanno i mezzi
per andarsene: gli ispanici, iberici, fasce di sottoproletariato bianco.
A questi vengono lasciate le citta', gli altri vanno a vivere nelle citta'
nuove.
Questo e' possibile anche perche' gli Stati Uniti in pratica non hanno
piu' bisogno di dedicare spazi all'agricoltura di tipo estensivo perche'
arrivano tutti i braccianti dai Paesi confinanti, per cui una parte di
territori che storicamente erano dedicati a colture di tipo estensivo
diventano appetibili per la costruzione immobiliare; lo spiega molto bene
anche Mike Davis nel suo ultimo libro, Ideologia
della paura in cui c'e' tutta una parte in cui spiega come nel
cuore di Los Angeles si siano sviluppate una serie di citta' nuove, con
la distruzione di tutta una zona di aranceti, di coltura dell'arancia
che è stata completamente distrutta e ci hanno costruito queste
citta' nuove per ricchi che sono molto aggressivi tra l'altro perche'
amministrativamente dovrebbero fare capo ancora alla citta' ma visto che
le tasse in queste citta' private sono molto care, sostenute, c'e' una
tendenza da parte dei sindaci a sganciarsi dalle grandi citta' in modo
da non finanziare piu' i poveri con le loro tasse; per alcune citta' private
si parla addirittura di 200 o 300 $ al mese di tasse cittadine che sono
quelle con cui paghi la polizia privata, la spazzatura, il guardianaggio
ecc.. per cui naturalmente vogliono evitare di pagare anche le tasse federali
e ci son stati dei contrasti anche politici, perche' le persone non volevano
piu' pagare le tasse. Quando arriviamo a fenomeni di questo genere, l'idea
di citta' come l'abbiamo conosciuta - cioè come mescolanza sociale,
come incontro tra persone differenti - si sta evidentemente perdendo.
E' chiaro che poi gli Stati Uniti hanno tutta una storia, uno che vuole
cercar casa a Philadelphia deve anche informarsi prima su chi vive nel
quartiere dove vuole prender casa, perche' c'è il quartiere dei
poliziotti, il quartiere dei giudici, gli isolati degli americani doc,
gli isolati degli irlandesi, ecc¦e guai a prender casa nel quartiere sbagliato
perche' non puoi piu' vivere, te ne vai. Sono citta' come quelle extraeuropee
che sono state poco citta', fenomeno faticoso ma che pero' comincia anche
da noi e cominciano a crearsi zone omogenee quando qualcuno arriva e comincia
a dire che bisogna fortificare, come a Lucca, che gia' e' transennata;
c'e' l'idea di cintare tutto, di murare tutto. C'e' un bel romanzo uscito
4 o 5 anni fa da Einaudi scritto da Boyle, America : e' una storia piuttosto
bella anche se troppo didascalico dal punto di vista dell'intenzione politica
che fa proprio una descrizione accurata di una zona in cui vivono due
gruppi diversi, uno e' il gruppo dei ricchi americani della città
blindata e l'altro e' il gruppo degli immigrati ispanici che vivono in
modi di fortuna, e descrive una serie di interazioni tra questi ispanici
immigrati e gli abitanti della città murata, è un libro
un po' forte, ma io lo raccomando come lettura per farsi un'idea precisa
di come stanno evolvendo le cose.
Padovano: Quale è, o quale dovrebbe
essere il ruolo degli amministratori comunali, nel futuro delle città?
Petrillo: Questo è un libro in cui
dico che la fortuna della citta' e' legato alla capacita' che gli amministratori
hanno di attirare sulla citta' stessa i grandi flussi di capitali. E'
chiaro che o ci sono sulla scena urbana delle persone in grado di fare
sentire un'altra loro voce, che contrasti con la voce del comitato d'affari
che gestisce la citta', oppure gli interessi di tutta una fascia di popolazione
vengono bellamente calpestati e si hanno questi fenomeni di cui si parla
ampiamente. Altrimenti la vita urbana si limitera' a vivere solo questi
eventi che richiamano grandi capitali sulla citta': come il G8, le Colombiane,
il Mondiale, oppure in altre citta' europee l'Expo', a Barcellona con
le Olimpiadi; le citta' si riducono poi a vivere di questi momenti in
cui possono inserirsi nei flussi di capitali internazionali.
Uno dei motivi per cui il libro offre una panoramica non particolarmente
allegra e' proprio quella dell'assenza di controtendenze, che e' secondo
me (io spero almeno) congiunturale, non destinata a rimanere tale in eterno,
pero' sicuramente il segno di un'assenza sulla scena urbana di un attore
che avrebbe voluto poter dire o voler dire delle cose, questo comunque
riguarda proprio piu' strettamente alcune vicende delle grandi citta',
delle metropoli, anche se poi si ritrova anche in citta' piu' piccole
tipo Genova perche' i nuovi strumenti di comunicazione, delle nuove tecnologie
hanno permesso di operare con un'autonomia e con una liberta' della comunicazione
a carattere nazionale che prima era impensabile.
Questo pero' ha causato anche il ridimensionamento di alcuni aspetti di
controllo e di organizzazione dei flussi commerciali che erano svolti
storicamente innanzitutto dalle capitali degli stati nazionali: ad esempio,
un tempo, uno che produceva qualcosa a Loano, doveva per forza passare
per Genova, se voleva che le sue merci circolassero e voleva che andassero
all'estero, fossero distribuite su territorio nazionale; oggi uno che
sta a Loano se vuole puo' mettersi direttamente in contatto con uno che
sta a Tokyo che ha bisogno delle cose che lui fa, addirittura se si tratta
delle nuove professioni: se io sono un progettista, un tecnico, un architetto,
io posso fare il mio lavoro a Loano e spedirlo per posta elettronica a
Tokyo. Questo vuol dire che tutta una serie di gerarchie che c'erano tra
le citta' e gli studiosi di geografia urbana, economica, hanno ampiamente
studiato, per cui la capitale era il polo di attrazione su cui convergevano
tutti i flussi produttivi di un determinato paese dove venivano tenuti
i contatti, dove c'erano le filiali delle grandi ditte ecc. Tutto questo
non e' piu' come un tempo, si sta sgretolando questa geografia, Savona
o Spezia fanno la concorrenza a Genova, non c'e' bisogno di Genova, e
allo stesso modo Genova non deve piu' fare riferimento a Milano o a Roma,
secondo i suoi tipi di traffici ecc¦questo pero' ha portato a un'epoca
in cui da una parte vengono emancipati dal controllo da parte degli Stati
Nazionali, dall'altra ad una concorrenza accesa, concorrenza darwiniana
tra citta' e citta', e i sociologi parlano di citta' che vincono e citta'
che perdono. Le citta' che perdono pagano un prezzo sociale enorme, la
disoccupazione di massa, eroina; Bristol o Liverpool della meta' degli
anni '80, Genova degli anni '90 e' una citta' particolarmente sconfitta,
nel libro io non ne parlo perche' su Genova andrebbe scritto un libro
a parte: se infatti il libro tende al tetro, la storia di Genova politica,
economica, sociale negli ultimi vent'anni e' una storia dell'orrore, perche'
e' una storia di un completo fraintendimento, una cantonata madornale
di un'intera classe dirigente, e' un errore storico pagato con un prezzo
sociale enorme sulla distribuzione di una generazione, sono cose che non
si dicono, pero' questo e' quello che e' avvenuto.
Quando trasformazioni cosi' grosse si profilano all'orizzonte, non sempre
le classi politiche possono essere attenti a coglierle, e' chiaro che
un rivolgimento cosi' grande non poteva avvenire senza che alcune realta'
arrivassero in fretta, pero' mi sembra che nessuno dica mai il prezzo
che questa citta' ha dovuto pagare, qualcuno adesso ultimamente comincia
ad ammetterlo.
Tornerei al discorso piu' ampio sui movimenti, sullo spazio dei movimenti,
una cosa che ripeto nel libro e' che in pratica per tutti gli anni '80
e i primi anni '90 i movimenti sono incisi poco su quella che era la realta'
dell'amministrazione della citta', anche in Germania che e' anche il paese
dove ci sono stati in Europa i fenomeni piu' rilevanti di tentativi di
ingresso dei movimenti nelle amministrazioni delle citta' o incontro di
dialogo con gli amministratori, poi tutto sommato la vita spicciola e'
stata piuttosto scarsa, i rapporti sono stati abbastanza pochi, ma in
Italia la situazione è ancora peggiore perche' molto spesso le
realta' che pure hanno continuato ad esistere di associazionismo, di base,
di ceti sociali; non sono riusciti ad uscire da un isolamento relativo
che in pratica ha reso anche facile da parte dell'amministrazione della
citta' ¦minoranze rumorose, questo e' avvenuto anche in Francia dove ha
assunto la dimensione della rivolta ciclica, '91,'93,'95 cioe' il problema
e' sempre li' non e' estirpato, e' contenuto, dal governo francese che
ha investito una quantita' di denaro incredibile, sono stato 2 anni fa
a vedere un quartiere una specie di citta' satellite della banlieu di
Parigi, la grande svolta degli immigrati di seconda generazione ed e'
impressionante la quantita' di denaro che il governo francese ha stanziato,
ha creato un enorme centro sociale aperto dove si possono praticare qualsiasi
tipo di attivita' sportive, ludiche ecc..con una architettura islamica,
tutta una serie di caffe' che ricordano i caffe' all'aperto delle citta'
arabi, cercando di ricreare , e' stato un investimento miliardario per
tamponare una situazione esplosiva, con risultati pero' molto discutibili,
perche' poi se non rimuovi le vere cause, questi finiscono per essere
solo palliativi. Non so invece quale potra' essere il futuro nel nostro
paese, in cui sembra che tentativi di questo genere non interessino a
nessuno, o quanto meno siano impopolari dal punto di vista politico.
Padovano: per concludere, il futuro cosa
prevede? una citta' manotica, stile¦..
Petrillo: Una parte del libro e' dedicata
proprio a questo intensificarsi dei controlli, all'ossessione della videosorveglianza,
delle telecamere ad ogni angolo, realta' che erano poi state gia' intuite
da alcuni sociologi verso la fine degli anni Settanta. ¦..biriglion aveva
scritto un bel saggio intitolato La citta' sovraesposta che dava proprio
l'idea di questa ossessione dell'illuminazione notturna, della sparizione
dalla faccia delle citta' degli angoli dove uno poteva essere nascosto;
la cancellazione di queste aree con l'uso di telecamere. Io non so se
il futuro sara' fatto di queste cose, probabilmente no perche' la mia
impressione e' che ci saranno contrasti piu' grossi da arginare che non
saranno sufficienti le telecamere o la sorveglianza o la polizia i poliziottitti
di quartiere che stanno cercando di introdurre anche da noi dopo che ci
hanno provato per anni nelgli stati uniti. In alcuni quartieri di roma
e di milano hanno introdotto queste nuove forme di community policing
e l'idea di una ppolizia friendly, che si insinua nei quartieri che crea
dei grandi uffici aperti dove la gente va a esporre i propri reclami.
L'idea e' quella di coinvolgere una parte degli abitanti in un'operazione
di polizia; infatti la polizia non riesce piu' a controllare tutto, e
allora una parte degli abitanti viene coinvolta e arruolata in pratica
informalmente con compe'iti di polizia, per cui si incoraggia la formazione
di gruppi che pattuglino, di vigilantes volontari con il poliziotto di
turno che li guida, che spiega loro quello che devono fare; oppure l'uso
della delazione di massa per denunciare gli alloggi di immagrati irregolari:
Genova e' stata all'avanguardia in questo senso nel '93, quando nel centro
storico rappresentanti dei comitati di quartiere accompagnavano la polizia
che sgombero' gli appartamenti dove alloggiavano immigrati senza permesso
di soggiorno.
Padovano: Questo di cui parla Agostino fa
parte dell'ultimo dei processi di trasformazione della polizia italiana,
che spiega molto bene Salvatore Palidda in Polizia
postmoderna: una polizia che non si occupa piu' - come avveniva
negli anni '50-'60 - di legittimare il potere e quindi un organismo preposto
al rispetto della legge, quanto piuttosto una polizia "democratica", molto
vicina ai comitati di sicurezza, ai comitati dei cittadini, una polizia
che recepisce tutta una serie di sentimenti, il principale dei quali e'
la paura, l'insicurezza.
Petrillo: Si', ne ha parlato anche Bauman
nella conferenza a Genova; non e' solo l'insicurezza ma anche l'incertezza,
il fatto di sentirsi inadeguati alle realta' nuove o estranee. Se ci pensiamo,
in Italia la questione della sicurezza urbana e' stata ingigantita, gonfiata,
fino al ridicolo, fino al grottesco. E' evidente che intorno a questo
tema si stanno giocando delle grosse partite di definizione degli spazi
delle citta'. Quando a Modena c'e' il comitato dei commercianti terrorizzato
per lo stato della sicurezza a urbana: sono citta' con il tenore di vita
piu' alto d'Europa forse, dove questi problemi non esistono praticamente;
e' ormai una psicosi collettiva.
Padovano: Questi aspetti sono interessanti
perche' continuano a ridefinire la metafora di inclusione/esclusione di
cui parla anche Alessandro Dal Lago nella prefazione. Tutta la politica
migratoria ad esempio e tutti gli stanziamenti per affrontare questi problemi
sono incentrati sul potenziamento della polizia urbana.
Petrillo: Il problema e' principalmente
il fatto che una fetta sempre piu' consistente della popolazione europea
si rende conto che in citta' ormai vivono popolazioni diverse, in cui
ci sono quelli che hanno i cosiddetti lavori buoni, sempre meno, poi ci
sono gli esclusi dai lavori buoni, condannati a crescere perche' la tendenza
e' quella alla sparizione dei lavori fissi, stabili; ho sentito un'intervista
alla radio di Tremonti che diceva che il lavoro fisso e' iniziato nell'Ottocento
con il lavoro operaio ed e' finito con la fine del lavoro operaio; la
terza popolazione e' quella degli immigrati, che abitano anche loro le
citta' e tra l'altro ci devono essere perche' poi servono. Le grandi campagne
di sicurezza, le grandi campagne anti-immigrati servono a tenere gli immigrati
sotto controllo, al loro posto, ma non a cacciarli dalle citta': pensiamo
al ruolo lavorativo degli immigrati clandestini a New York, nessuno si
sognerebbe di mandarli via, hanno operato il rilancio economico della
citta' negli ultimi dieci anni, senza di loro New York sarebbe andata
a fondo. E' stata la gente che lavorava nei posti che in inglese chiamano
i sudatoi, cioe' gli atelier del lavoro nero, pagati due dollari l'ora.
Le tre capitali mondiali - Tokio, New York e Londra - sono capitali attraversate
da differenze sociali, divisioni spaventose.
Padovano: Di fatto queste megalopoli non
fanno altro che ridefinire una sorta di egemonia macroterritoriale su
altre zone. Però all'interno sono spaccate come si trattasse di
paesi diversi, si sono staccate dalla loro appartenenza territoriale e
sono diventate invece paradossalmente simili a città molto lontane
e diverse per tradizioni e cultura. La questione abitativa viene ordine
pubblico
Petrillo: Il libro si chiude però
ancora sotto il segno della speranza: io son convinto che in Europa i
processi di unione, separazione, fuga, città murate città
private che hanno caratterizzato gli Stati Uniti non si affermeranno tanto
facilmente perché è diversa la tradizione urbana e il tessuto
sociale; sono convinto poi che esistano delle forze, delle energie che
possono operare una contro-tendenza; certo per ora se ne vedono solo avvisaglie
sporadiche però i giochi non sono ancora fatti in Europa. Gli Stati
Uniti sono un Paese che ha risolto i suoi problemi in maniera brutale,
dove gli emarginati, quelli che non sono stati sfiorati dal boom economico,
finiscono in carcere.
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