I confini della globalizzazione
Abbiamo incontrato Agostino Petrillo, curatore - insieme
a Sandro Mezzadra - del libro I confini della globalizzazione, edito nel
2000 da Manifestolibri di Roma.
Ecco cosa ci ha detto:
Questo non è l'ennesimo libro sulla globalizzazione, è
stato pensato come un libro controcorrente. Ciò è evidente
già dalla scelta del titolo, una specie di ossimoro, di contraddizione
interna. L'intento principale è infatti quello di chiarire una
grande confusione di fondo, che le parole possono aiutarci a scandagliare:
una cosa è infatti la globalizzazione e un'altra è il globalismo.
La globalizzazione è un processo, un insieme di fenomeni che -
come ha detto recentemente Kofi Annan - costituiscono una realtà
in marcia - che ci piaccia o no - inarrestabile.
Il globalismo invece è un insieme di pensieri, un'ideologia: la
riedizione di vecchie teorie liberiste, che sostiene che siamo arrivati
all'unificazione del mercato sotto le bandiere del libero mercato e della
libera circolazione. Il globalismo intende fare piazza pulita del sistema
di conflitti e contrapposizioni ideologiche. Alcuni paesi - sostiene il
globalismo - non sono stati in grado di dotarsi dell'attrezzatura politico-istituzionale
che potrebbe permettere loro di reggere la concorrenza degli altri.
In pratica: i Paesi del Terzo Mondo vanno male? E' colpa loro, perchè
nel libero mercato teoricamente c'è spazio per tutti. E' la fine
della possibilità di individuare delle alternative di sviluppo
che non seguano quelle modalità che stanno seguendo i Paesi sviluppati.
Il globalismo è un'ideologia planetaria. La risposta della Sinistra
europea si fonda d'altra parte esclusivamente sul rifiuto, con un sistema
di pensiero debole e limitato. Ci sono state esperienze di resistenza
isolata alla "cattiva globalizzazione", come l'esperienza zapatista. Anche
la guerra algerina è stata studiata in quest'ottica, come la reazione
di chi preferisce il "cattivo vecchio" al "cattivo nuovo". Il ripiegamento
della Sinistra deve suscitare autocritica, è una sommatoria di
deboli balbettii.
E' certamente vero che il completo rimescolamento delle carte, la delocalizzazione
del lavoro a livello planetario, avvenuta in nemmeno due decenni (dal
'75 al '90), ha spiazzato totalmente la Sinistra storica, ma bisogna ricordare
che la classe operaia non è scomparsa in Occidente per qualche
motivo imprevedibile e ineluttabile, ma per scelte fatte a tavolino a
livello planetario, già a partire dagli anni Settanta. Gli operai
nel mondo ci sono ancora, gli oggetti si producono ancora ma non in Europa
o negli Stati Uniti: ci sono centinaia di milioni di operai di fabbrica
tra Cina, India, Indonesia.
E' intento di questo libro - dunque - non solo muovere critiche al globalismo
da una parte e alla Sinistra dall'altra, ma anche offrire spunti e elementi
per trovare - più che una terza via - numerose altre vie e percorsi,
individuabili principalmente nel fatto che questo processo di globalizzazione
- dato come liscio e perfetto - presenta invece grandi contraddizioni.
Accenniamone alcune, tratte dai vari saggi che compongono il libro, caratterizzato
da una ricca documentazione: New York, nuova capitale planetaria, ha dei
quartieri in cui la mortalità infantile ha la stessa percentuale
delle città del Terzo Mondo
A Detroit, in seguito allo spostamento delle industrie, si è passati
in poco più di un decennio al dimezzamento (da circa due milioni
a ottocentomila abitanti) della popolazione. Ci sono quartieri interi
completamente vuoti.
La popolazione carceraria statunitense è aumentata vertiginosamente:
mentre era proporzionalmente simile a quella italiana (duecentomila detenuti
su una popolazione di duecento milioni), adesso è aumentata di
dieci volte (tre milioni di detenuti su duecentotrenta milioni abitanti:
un americano su cento).
La sola Los Angeles ha una città carceraria di quarantamila detenuti,
quasi come quella italiana intera. Altro dato significativo: un nero su
due sotto i trent'anni è in carcere o ci è stato. Ci sono
delle aree del mondo completamente fuori dal mercato: un intero continente
- l'Africa - è praticamente una voce irrilevante nel mercato, rappresenta
una fetta di mercato inferiore (di fatto, non proporzionalmente) a quella
che aveva trent'anni fa. Sta qui - più che per motivi etnici o
religiosi - il motivo di tante guerre (dodici attualmente) di cui sappiamo
a mala pena l'esistenza. Un aspetto importantissimo e contraddittorio
della globalizzazione è quello dei fenomeni migratori.
Quella della migrazione è una delle partite più importanti,
a cui sono legati sistemi di controllo e lavoro coatto. Ci sono spostamenti
migratori poco conosciuti, come quelli che hanno visto negli ultimi dieci
anni 150 milioni di contadini cinesi, spinti dalle ristrettezze, giungere
nelle zone urbane e dormire sugli alberi nei parchi cittadini. Questo
ha causato chiaramente un tentativo disperato da parte del governo cinese
di istituire una specie di camicia di forza per contenere la minaccia
per la sicurezza: la condanna a morte in Cina è prevista anche
per infrazioni minime e sono chiaramente condanne esemplari per spaventare
una determinata fetta della popolazione; è utilizzato anche il
lavoro forzato nelle carceri, per aumentare la produzione del paese.
I Paesi subsahariani sfornano continuamente profughi delle guerre civili,
che si dirigono verso il Maghreb; il Marocco ad esempio è pieno
di clandestini, la Libia ha creato città franche ai confini dove
vengono concentrati i clandestini.
Quando parliamo di confini della globalizzazione, non intendiamo solo
i confini materiali, ma anche confini interni - non sempre visibili -
che cominciano però ad esistere: ad esempio, c'è chi ha
una serie di diritti di accesso ai servizi legato al fatto di essere cittadino
e chi non ce l'ha. E' una linea di demarcazione interna, ma reale. Legate
a questi aspetti ci sono poi forme di ostilità nuove, una nuova
xenofobia europea. Da un recente sondaggio è emerso che il 65%
degli europei non vede di buon occhio gli stranieri, è un humus
condiviso ormai. Un motivo è sicuramente la paura del minor benessere.
Il declino delle società europee è iniziato con la grande
crisi petrolifera. Quelli che la storiografia francese chiama i gloriosi
Trenta (1945-1973) sono stati un caso eccezionale, una crescita del benessere
che l'Europa probabilmente non vedrà mai più.
E' finita l'epoca dello Stato sociale che offre servizi, opportunità;
l'epoca dei lavori buoni è terminata da un pezzo, i lavori veramente
utili continuano a restringersi, in Europa si produce ormai solo conoscenza,
ideazione, concezione e per questo ci vogliono sempre meno persone, gli
altri non servono. C'è chi ipotizza tra gli scenari futuri una
netta separazione tra una piccola élite di persone che svolge lavori
utili e la massa di gente che sta fuori dal cerchio magico e che fa lavori
umili; lo scenario continua ipotizzando una specie di assedio da parte
degli esclusi che, per garantire l'ordine e la sicurezza e l'accettazione
dello stato delle cose, chiedono forme di pagamento, quali il salario
minimo garantito. Tra le forme di ostilità nuove c'è sicuramente
anche la risemantizzazione della parola clandestino: c'è una continua
criminalizzazione della figura del clandestino, ed è un fenomeno
particolarmente italiano, legato alle immigrazioni del '92-'93, in un
periodo cioè di grande crisi politica. Queste sono le coordinate
lungo le quali si snodano i vari saggi che compongono il libro I confini
della globalizzazione
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